Vino nuovo in contenitori antichi
|
|
| Un produttore azzardato: Josko Gravner fermenta il suo vino in anfore di terracotta sepolte per terra. |
| Foto di Alice Fiorilli per The New York Times ©New York Time 2005 |
Fare vino come tutti gli altri però non lo soddisfaceva. Allora pensò di sostituire i tini d'acciaio a temperatura controllata con barili di rovere francese, col risultato di ottenere vini bianchi straordinariamente ricchi e molto apprezzati dai consumatori. Anche questo però non fu sufficiente a soddisfarlo, così iniziò a sperimentare con tecniche considerate radicali da tutti gli altri produttori. La tonalità cupa, quasi da sidro non filtrato dei vini ottenuti in seguito, così diversa dalla limpidezza giallo-oro abituale, diede dapprima ai clienti l'idea che i vini fossero andati a male. Bastava però una boccata d'assaggio per rendersi conto che i vini erano ben vivi, freschi e con una struttura notevole.
A questo punto è stato contento? Neanche per idea.
Rifiutando le strutture della cantina moderna, Gravner ha fatto un salto all'indietro di 5.000 anni. Di questi tempi infatti, fa fermentare i propri vini in enormi anfore di terracotta rivestite di cera d'api e seppellite nella terra fino al collo. Gli antichi greci e romani si troverebbero a loro agio con lui, tuttavia i vini del 2001, i primi prodotti con fermentazione nelle anfore, che ha in programma di immettere sul mercato a settembre, sono più vivaci ed idiosincratici che mai.
"Con ogni cambiamento ci sono stati clienti che hanno perso la loro fiducia in me" dice Gravner. "La cantina era in crisi. Adesso però io sono uscito dal periodo critico ed è il resto del mondo (enologico) ad essere in crisi".
Forse è qualcosa che è nell'aria, oppure nel vino, ma pochi posti al mondo hanno una concentrazione di produttori tanto individualisti e determinati come il Friuli-Venezia Giulia, particolarmente nella zona collinare che si estende lungo ed oltre il confine con la Slovenia. Per chi li segue e apprezza questi produttori fanno vini estremamente personali, quasi dei prodotti d'arte. Secondo i detrattori invece, non sono altro che fanatici eccentrici.
C'è per esempio Edi Kante, che verso la metà degli anni 1980 ha scavato profondi tunnel nelle rocce calcariche del Carso, vicino a Trieste, per creare una spettacolare e cavernosa cantina, poi vi ha portato camionate di terra per costruirvi sopra un vigneto, strato dopo strato. C'è poi Stanislao Radikon, il quale, nell'ultima di una lunga serie di sperimentazioni, è determinato a produrre vini senza aggiunta alcuna di biossido di solfito, l'agente stabilizzante che è considerato indispensabile dalla stragrande maggioranza dei produttori per poter essere in grado di spedire i loro prodotti senza problemi.
Non ci si deve poi scordare di Ales Kristancic di Movia, una proprietà appena oltre il confine con la Slovenia e con vigneti che si stendono proprio a cavallo della linea di confine. Kristancic, che discende da una famiglia che ha coltivato questa proprietà fin dal 1820, è così irremovibilmente razionale nel suo approccio naturale alla viticoltura ed alla produzione del vino, così immerso nella saggezza che deriva da otto generazioni trascorse fra i vigneti e la cantina, che tutti gli altri pensano sia pazzo. Il giudizio regge, s'intende, finchè non si degustano i suoi vini, che sono stupefacentemente freschi e profondi.
"Produrre grandi vini è un affare rischioso", dice Kristancic, un uomo asciutto e carismatico che sembra conoscere la personalità di ciascuna singola vite nei suoi 20 ettari di vigneto. "Bisogna camminare su una linea di confine".
Il confine in questa zona è importante letteralmente e figuratamente. I vigneti nei dintorni di Oslavia sono stati teatro di innumerevoli battaglie e di eventi selvaggiamente violenti. L'impero asburgico ha dominato queste terre per secoli, seguiti da Napoleone per un periodo considerevolmente più breve. Sono stati oltre 100.000 i morti su questo campo di battaglia nel corso della prima guerra mondiale. Poi ci sono state la seconda guerra mondiale prima e una tremenda carestia dopo. Un terremoto ha distrutto parecchi paesi e cittadine nel 1976 e, negli anni 1990, la guerra nei Balcani ha rischiato di sconnfinare in Slovenia, la quale al tempo era politicamente parte della Jugoslavia, nonostante fosse molto più vicina culturalmente al Friuli, con i suoi vigneti che si estendevano oltre confine, incuranti delle suddivisioni politiche.
Adesso questo lembo di terra è in pacifico, i vigneti sono stati ripiantati, ma il fermento rimane appena sotto la superficie.
"Il fatto è che per questa gente conta più la propria identità dell'ideologia", dice Fred Plotkin, autore de 'La Terra Fortunata: The Splendid Food and Wine of Friuli-Venezia Giulia' ('La Terra Fortunata: Gli splendidi cibi e vini del Friuli-Venezia Giulia', pubblicato dalla Broadway Books nel 2001). "Qui si trova la propria identità nella terra, in quello che si produce nei campi e in quello che questi prodotti raccontano del produttore".
Sono poche le zone d'Italia che contengono tanti paradossi. Dalla sua parte più meridionale, ossia Trieste, la capitale regionale affacciata sulla costa del Mare Adriatico, il Friuli-Venezia Giulia si spinge verso nord fino alle cime innevate delle Alpi, al confine con l'Austria. La regione è in realtà la combinazione di due aree distinte: il Friuli, che include la maggior estensione terriera, e la Venezia Giulia, che occupa l'estremo sud est della regione.
| Pubblicato originalmente su The New York Times – ©2005 The New York Times |
|
Home •
Indice delle Regioni •
Chi Siamo •
Cerca •
News •
Contattaci •
Site Map |


